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TRA STORIA E LEGGENDA
(da GIOIOSA MAREA - Storia Note
Immagini,
Comune di Gioiosa Marea, 1980
Gli usi e le consuetudini fanno parte
integrante di un sistema di vita e trovano ispirazione nella
religiosità, nella natura, negli eventi occasionali e maggiormente nel
gioiosano che per istinto è portato a considerare i fatti con una
valutazione acuta e del tutto personale del rapporto fra causa ed
effetto, inteso com’è nella costante dualità utilitaristica tra finalità
sacre e profane. Infatti l’uso di accendere dei falò lungo la spiaggia
la sera di vigilia della festa di San Giovanni, se da un lato vuole
essere un omaggio al Santo, dall’altro ha lo scopo più prosaico di
attirare i «runnuna», pesci con grandi ali, che in quel periodo fanno
lunghi voli a pelo d’acqua. I pesci attratti dalla luce, come farfalle,
finiscono sulla spiaggia dove facilmente vengono catturati.
[...] Alla vigilia della
festa di San Pietro e Paolo, il 28 giugno, al grido di «Evviva San Petru
ca tigna!», si accendevano i fuochi davanti alle porte dei «tignusi» del
Paese.
Altra componente edonistica era data
dalla «Festa dei Morti» che, però, dava solo nome alla consuetudine.
Infatti il due novembre, dopo che di buon’ora veniva celebrata la Messa,
si scatenava la fantasia per un altro tipo di «smacchiàta». All’uscita
della Messa, che ancora era notte, giovani e meno giovani solevano
mettere dietro alle porte delle case degli amici gli oggetti più strani
ed impensabili: tronchi d’albero prelevati in parti lontanissime, enormi
pietre, «cantari», «rinali », ecc., poi si restava nascosti nei
dintorni, in attesa che l’amico aprisse l’uscio per cogliere sul suo
volto non solo la meraviglia, ma la rabbiosa reazione nel vedersi così
intrappolato.
Tornata la quiete, la colpa
era dei morti. Vecchi contadini ricordano pure che nelle campagne, la
sera di vigilia del due novembre, si era soliti presentarsi coperti da
un lenzuolo in casa di amici ed alla voce «I divinissimi morti!» si
aveva accoglienza in casa, alla mensa e a giocare per tutta la notte.
Sintomatici questi due
aspetti della Festa dei Morti per caratterizzare la «giovialità»
gioiosana che non si estingue con la morte, in quanto anche i morti, se
potessero, farebbero le stesse cose loro attribuite.
A Carnevale
era costume diffuso, sino a qualche anno fa, le sere del giovedì, del
sabato e della domenica che ricadevano in tale periodo, accogliere e far
ballare nelle case i «maschiri». L’usanza era intesa come «riciviri i
maschiri» e pertanto le porte delle case restavano aperte a chiunque
fosse mascherato. La maschera poteva fare ogni sorta di scherzo ai
padroni di casa ed ai loro ospiti, i quali ovviamente tentavano di
riconoscerla.
I travestimenti
carnevaleschi erano i più svariati e correlati alla fantasia più estrosa
del momento. Infatti, anche i padroni di casa ed i loro ospiti, a loro
volta, dopo l’arrivo delle maschere, ricorrevano a travestimenti
estemporanei avvalendosi di coperte o di altro. Se la maschera veniva
riconosciuta era costretta a svelare la sua identità, scoprendo il viso,
nel caso invece che non veniva riconosciuta, aveva diritto a «mangiare e
bere» ma doveva prima farsi riconoscere.
Da festa popolare, intesa
in senso corale e di massima partecipazione, in questi ultimi anni, il
carnevale si è circoscritto alla vita dei circoli privati ed alla
sfilata dei carri, rimanendo tutt'ora un momento di grande
coinvolgimento di tutti i cittadini ed un momento di festa e
aggregazione.
Le serenate
esprimono la gioia di vivere, di amare, di prendere, se è il caso, in
giro il prossimo e di farlo sapere a tutti.
Le serenate si dividevano in «serenate
alla zita», l'«Atturno», la «serenata strati strati» e un altro tipo di
serenata che era «a babbiannata». Alla «zita» si cantava il proprio
amore e l'accendersi di un lume alla finestra faceva capire che la
serenata era gradita.
L'«Atturno» era dedicato agli sposini
nella prima notte di nozze. Forse un tantino inopportuna, ma pur sempre
gradita, si concludeva, infatti, con la sveglia degli sposi e l'offerta,
per consuetudine ai musicisti, di dolci e vino.
Ma cantare alle stelle era, molto più
spesso, puro è semplice diletto e sfogo dell'anima. Anche se a volte,
qualcuno non gradiva e non era raro il caso che la sere nata finisse con
una sonora bagnata e soprattutto. . . «a fetu ».
Durante gli anni del regime la
«serenata» fu proibita, ma i musicanti non desistettero. Si ricorda
ancora a questo proposito un episodio di musicanti sorpresi e messi in
fuga dalla presenza della «ronda». Uno di essi, non riuscendo a darsela
a gambe, ricorse allo stratagemma di intonare l'inno del regime. La
trovata mise in difficoltà i militi che scattarono subito sull' attenti
mentre l'altro, indietreggiando, prese le distanze e fuggì.
La «babbiannata» non era certo una
serenata. Eseguita con la «brogna» o battendo «u zappuni» con un ferro,
era rivolta alla famiglia dei «fujuti» e costituiva grave offesa. Veniva
appunto fatta ai genitori dei fidanzati «fujuti», proprio per
sottolineare che non erano stati capaci di «stari accura ai picciotti».
In occasione di qualche
"Estate Mare" l'Amministrazione ha riproposto, anni fa, la tradizione
delle serenate, riscuotendo ottimo riscontro nel paese.
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