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LE ORIGINI
(da
GIOIOSA MAREA -
Storia Note Immagini,
Comune di Gioiosa Marea, 1980)
Gioiosa Marea, per gli antichi
colonizzatori romani dell’Isola, fu soltanto «Joiusa» e l’assonanza
rimane nel dialetto e nell’uso parlato degli abitanti che, alludendo
alla propria Città, dicono solo «Giuiusa».
L’immaginoso nome di ridente Città
lambita dall’azzurro flusso e riflusso delle acque del mare, Gioiosa
Marea lo ha infatti acquisito molto più tardi dalla sua fondazione. Da
appena due secoli, circa, dopo l’esodo verso la costa dalla vetta del
Monte di Guardia, dove si stagliano al sole le rovine dell’antica Joiusa,
senza tracce apparenti di preistoria e di veri e propri insediamenti di
Età romana.
A quanto pare, infatti, i colonizzatori
romani dell’isola si limitarono a dare un nome all'amenità del «locus»,
che forse fu «oppidum», sicuro rifugio dalle scorrerie sulla costa e
residenza di pochi quanto sparsi lavoratori dei campi che sul Monte di
Guardia avevano ragione di vita.
Fino al 1364,
anno di fondazione di Gioiosa Guardia, il territorio del Monte
Meliuso era zona agricola e particolarmente fertile.
Il Conte Ruggero d’Altavilla che nel
1062 aveva liberato l’Isola dal dominio arabo, intorno al 1100 fondò il
Monastero di Patti. Successivamente, concedendolo in feudo ai Monaci
Benedettini, vincolò le popolazioni del Meliuso e del territorio
circostante al Monte di Guardia a provvedere al mantenimento dei Frati,
mediante periodici contributi .In seguito il Monastero di Patti venne affidato alla guida dell’Abate
Ambrogio, uomo d’ingegno, accorto politico che richiese ed ottenne dal
Conte Ruggero d’Altavilla il controllo su tutto il territorio con
importanti attribuzioni e poteri sul Monte di Guardia, sul Casale di
Zappardini nonché in materia di magistratura delle acque, di decime
sulla pesca per tutto il territorio della Diocesi e di Gioiosa, oltre a
particolari potestà sull’esercizio della tonnara di Roccabianca in
territorio di Patti e su quella esistente a Capo Calavà, precisamente a
San Giorgio, in territorio di Gioiosa Marea.
L’Abate Ambrogio venne, dunque, ad assumere per primo tutti i poteri
propri ad un governatore sul territorio del Meliuso e del Monte di
Guardia. Tuttavia, da documenti dell’epoca risulta che l’Abate Ambrogio
godé della fiducia e della benevolenza degli abitanti della zona.Nel 1129 l’Abbazia, con decreto
pubblicato a Mileto, fu elevata a Vescovato ed il controllo sul
territorio da parte delle Autorità Ecclesiastiche dell’epoca si fece più
insistente e vessante.
Nel 1208, infatti, risulta che per ordine del
Vescovo la popolazione del territorio fu costretta a prestare servizi
personali alle dipendenze del Monastero per il miglioramento e la
coltura delle terre, senza nulla percepirne in compenso o quasi.
Frattanto, la contesa sui diritti di sovranità sulla Sicilia della Casa
D’Angiò ed il clima politico interno che si venne a determinare nel
1318, offrirono l’occasione attesa agli abitanti del Meliuso e delle
zone limitrofe per ribellarsi al potere ecclesiastico. La sommossa
popolare fu repressa nel sangue e si concluse con la scomunica emessa
dal Pontefice Giovanni XXII avverso i rivoltosi superstiti. Nel 1357,
con la venuta al trono di Federico III, Vinciguerra d’Aragona è nominato
Capitano di Patti a vita. Frattanto, le popolazioni sparse per la
campagna si riuniscono in comunità più compatte e meglio difendibili,
consentendo in tal modo il sorgere, in epoche successive, di Giojosa,
Librizzi, San Salvatore, Montagnareale e Sorrentini. È dello stesso
periodo, peraltro, la costruzione della Torre chiamata « Oppidum
Guardiae Jojusae » attorno alla quale gli abitanti dell’antica Gioiosa
costruiranno le prime case e la Chiesetta del Giardino che ospiterà poi
la scultura della Madonna omonima, attribuita alla Scuola del Gagini. Santo protettore di Gioiosa Guardia
è dapprima San Giovanni Battista, poi San Nicolò, Vescovo di Mira.
Sulla sostituzione del Santo Patrono sono state tramandate diverse
leggende.
Narra una leggenda che « una grande carestia affliggeva
Gioiosa Guardia. I poveri abitanti non sapevano più a quale Santo
raccomandarsi e si struggevano in lacrime ed orazioni, quando videro
lontano sul mare una barca a vela che si indirizzava sulla spiaggia, e
giuntavi, scaricare una grande quantità di frumento.
Fuori di sé dalla gioia, i gioiosani si precipitano giù alla marina
offrendo tutte le loro ricchezze per l’acquisto del frumento. Nuova
sorpresa: il capitano ricusa ogni compenso e divide il grano senza dire
chi sia, da dove venga, né dove vada.» Dopo qualche anno, alcuni
abitanti di Giojosa, recatisi per i loro traffici a Bari, vedono in una
Chiesa un’immagine di San Nicola rassomigliante in tutto e per tutto al
capitano benefattore. Tornati al paese raccontano il lieto
riconoscimento; nessuno dubita che il Capitano sia San Nicola in persona
e da quel giorno proclamano loro Protettore il Venerando Vescovo.
Nell’anno 1442 Re Alfonso di Aragona conferma la signoria
vescovile di Patti alla quale attribuisce il diritto di eleggere il
Capitano, i Giudici e gli altri Ufficiali di Giojosa ed inoltre di
esigere i tributi come Signore della terra di Giojosa.
Con questo atto è, dunque, affermata
definitivamente la signoria del Vescovo di Patti su Giojosa, che fu
mantenuta sino all’abolizione dei diritti feudali, alla fine del Sec.
XIX. La popolazione restò così sottomessa al feudatario in modo assoluto
ed, a tutti i livelli, da lui dipendente.
Le cronache dell’Isola, però, registrano frequenti ribellioni e
sanguinose rappresaglie, perché la popolazione tentò ripetutamente di
difendere i propri diritti ed i propri beni.
Il Capitano di Giustizia Gurbs, meglio conosciuto con il nome di Pietro
Gubbio, nominato dal Sovrano in persona, dal quale aveva avuto concessi
ampi poteri, fu quasi subito rimosso per le lamentele del Vescovo e dei
signorotti del luogo. Nel 1445 Re Alfonso concesse la Capitaneria di
Giojosa ad Andrea Gorgone che in parte riuscì a migliorare le condizioni
di vita della popolazione, sottraendola alle vessazioni. Purtroppo
questo periodo durò pochissimo. Il Vescovo reclamò la propria autorità
al Consiglio della Corona. Così il paese tornò di nuovo sotto la medesima
giurisdizione Vescovile e Gorgone venne rimosso. Le vessazioni
ripresero. La Città è condannata da Rosario Frangipane, Giudice del
Tribunale del Concistorio, a pagare le decime sul raccolto ed in più a
riconoscere al Vescovo di Patti, il diritto di signoria.
Questo stato di fatto perdurò fino al
1812, anno in cui si emanò in Sicilia la «Legge per l’abolizione dei
diritti angarici e perangarici » che annullava i diritti feudali e
quindi anche le decime sugli animali, sui prodotti dell’agricoltura ed i
servizi personali. Di questa legge beneficiò Giojosa Guardia, città
feudale, soggetta alla potestà baronale del Vescovo di Patti. La «
quaestio » si concluse definitivamente l’11 dicembre del 1841, quando il
Decurionato di Giojosa, conformemente alla legge, intraprendeva un
giudizio ad istanza del Pubblico Ministero per lo scioglimento dai
vincoli derivanti dai restanti diritti promiscui, stabilendo il canone
della liquidazione. La causa fu definita nel 1842 a favore di Gioiosa.
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