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LE FESTE
(da GIOIOSA MAREA - Storia Note Immagini,
Comune di Gioiosa Marea, 1980)
Per la Comunità gioiosana, le feste sono un
gesto corale che mantiene viva una tradizione e permette ad una cultura
di permanere nel tempo. Seguiamone lo svolgimento secondo il calendario
che ne segna l’inizio con la primavera.
Le feste
di Pasqua, non susciti meraviglia il
plurale, non assumono alcun carattere particolare a Gioiosa Marea ed
hanno molto in comune con quelle che si celebrano in tutta l’Isola: la
visita ai Santi Sepolcri il Giovedì di Passione, a lume di torce, la
mesta processione del Venerdì Santo, «a sciugghiuta d’a gloria» del
Sabato Santo, con i relativi spari e «botti»; le solenne Messe della
Domenica di Pasqua; «a baciata d’a manu o patrozzu»; l'immancabile gita
del Lunedì di Pasqua.
Ma c’è un fatto particolare che caratterizza
il giorno di Pasqua e cioè una brevissima processione dei simulacri
della Madonna delle Grazie e di San Giuseppe, dalla Chiesa di Santa
Maria fino alla Matrice, processione che poi si ripeterà, in senso
inverso e per un percorso un po' più lungo, il giorno dell’Ottava di
Pasqua quando, assieme al simulacro di San Nicolò, le due statue
verranno riaccompagnate fino alla loro Chiesa, prima che il Santo
Protettore inizi la sua lunga passeggiata per Gioiosa - come ora
vedremo.
Non è facile trovare l’origine di questa
antica usanza. Qualcuno la fa risalire ai tempi lontani dell’ antica
Gioiosa dandone un significato di «scambio di visite tra Collegiate»,
altri, invece, danno un significato più ampio di coinvolgimento nella
festa di un quartiere verso l’altro. Qualunque sia l’origine, però, non
si può non pensare ad una cordiale reciproca secolare considerazione fra
i due quartieri cittadini più importanti: quello di San Nicolò e quello
di Santa Maria.
L'Ottava
di Pasqua, che si celebra appunto
otto giorni dopo la Pasqua, è storicamente la festa più importante
perché ricorda in maniera ben precisa, se andiamo a ricercare i modi di
svolgimento fino a qualche anno fa, il trasferimento del Paese dal Monte
di Guardia al piano. Le comunità delle Contrade Gioiosane scendono in
processione, con in testa il Parroco preceduto dai «Virgineddi», bambini
d’età compresa tra i quattro e sei anni, ricoperti di «vistineddi»
cariche d’oro e con in testa un diadema, anch’esso pesante d'ori; i «Virgineddi»
reggono in mano il calice più importante di cui è dotata la Chiesa.
I paramenti dei «Virgineddi» vengono
predisposti di volta in volta dai familiari che hanno fatto voto per
grazia ricevuta. In quest’occasione tutti i componenti della famiglia e
della Comunità contribuiscono all’ allestimento della veste con ori e
preziosi, concessi in prestito con generosa sollecitudine, per
arricchirla quanto più è possibile a simbolo anche di un certo prestigio
della contrada.
Il personaggio più rappresentativo della
contrada regge il Crocifisso, talvolta molto pesante, fino all’ingresso
in Paese, dove lo consegna al Parroco che lo porterà fin dentro alla
Chiesa Madre.
La banda accompagna dall’ingresso in Paese
fino alla Chiesa Madre le processioni delle contrade.
A mezzogiorno, dopo la solenne Messa cantata,
la processione percorre quasi tutte le vie del centro cittadino
procedendo fin’oltre i confini del comune, in territorio di Piraino, a
Zappardino per la precisione, per ritornare sulla spiaggia di Gioiosa
dove ha luogo la Benedizione del mare.
Il privilegio di portare a spalla la «Vara»
del Santo Protettore, San Nicola, è prenotato addirittura settimane
prima, legando il fazzoletto con un nodo ad una delle aste. Tuttavia,
appena la processione raggiunge la metà del ponte Zappardino, per
entrare in territorio di Piraino, gli abitanti della zona reclamano
immancabilmente il privilegio di portare la «Vara» fino al centro del
loro borgo. Richiesta che da sempre viene decisamente negata e che dà
origine a rituali risse.
L
'Ascensione, festa che oggi passa
inosservata, un tempo era molto sentita e dava spunto a rituali del
tutto particolari ed identici tra gli abitanti della marina e quelli
della campagna, quale appunto quello di bagnarsi nell’acqua del mare in
senso di purificazione. L’usanza era molto più sentita dai pescatori che
andavano a mare per ottenere dall’acqua, idealmente toccata quel giorno
dal Cristo asceso in cielo, la liberazione da ogni residuo di colpa, di
peccato o di contaminazione. Il gesto poteva benissimo assumere un
significato ancestrale di manifesta devozione al «grande padre mare»,
che teneva tra le sue onde il loro destino nel bene e nel male. In
campagna, invece, l'Ascensione assumeva dei toni più elegiaci. Ogni
contadino esponeva la sera prima un recipiente d’acqua «o sirinu»,
all’aria aperta, per tutta la notte e l’indomani spargeva quest’ acqua
,anche questa idealmente toccata dal Cristo asceso nei cieli, per i
campi e sugli animali, con chiari intenti propiziatori, originati da una
religiosità lontana nella notte dei secoli.
Il Corpus
Domini è invece una festa più
«esplosiva». La natura è nel suo pieno rigoglio ed offre abbondanti
fiori, ginestre, glicini, biancospini, con i quali si addobbano gli
«altarini» che saranno visitati, uno al giorno per tutta la settimana,
dalla processione del Santissimo preceduta dai bambini, che hanno
ricevuto la loro prima Comunione, vestiti di bianco.
In questo periodo si vive in pieno la
«coralità» della festa: si fa a gara per offrire le trine e i merletti
più preziosi da inserire sull’«altarino»; si fa a gara per allestire
l’«altarino» con gli arazzi e le coperte più ricche, si corre insieme a
raccogliere i fiori in campagna; si studia, insieme, il disegno e la
confezione dei tappeti di fiori da mettere davanti all'«altarino»;
infine si fa a gara fra i quartieri per l’allestimento dell’«altarino»
più bello e per la migliore festa rionale.
Famose le feste organizzate, fino a qualche
anno fa, nel rione Marina e nel rione Calvario quando un tripudio di
luci, di musica, di giochi popolari sottolineava il vivere intensamente
le feste di comunità nel significato più autentico.
Le Feste
delle contrade seguivano in
calendario con una caratterizzazione più propria di «unicità», per lo
sfarzo di colore e di fantasia spontanea che arricchiva la Chiesa, le
case, le strade campestri ed il verde, ma anche per l’assoluta
generosità della gente.
A Casale, in particolare, si illuminava la
piazzetta antistante la Chiesa di Maria Santissima della Visitazione con
le lampare dei pescatori e si arredava la Chiesa stessa con enormi «rasti»
di verdissimo basilico amorevolmente coltivato ed infiocchettato di
rosso dalle ragazze della contrada.
Queste feste costituivano un deciso richiamo
per gli abitanti del centro, per una gita in campagna, «santificata»
pantagruelicamente assieme agli amici «ccu maccarruna, carni, ‘nfurnata
e u vinu giustu» delle colline gioiosane.
Il
Ferragosto a Gioiosa è la festa più
grossa: «Menzaustu»! È difficile poterne indicare le origini che vanno
decisamente ricercate nel concetto di «Festa d’Estate». Certamente
occasione per ritrovarsi ogni anno insieme.
Durante i tre giorni della metà di Agosto, il
14 di vigilia, il 15 dedicato alla Madonna delle Grazie ed il 16 a San
Rocco, il paese si riempiva di suoni, colori, bancarelle e di contadini
che scendevano dalle campagne per acquistare suppellettili ed utensili
dai numerosi «firianti», venditori ambulanti, convenuti da ogni parte
dell’Isola.
La mattina del 14 Agosto si annunziava
l’inizio della festa con una prolungata «masculiata»; frattanto, «i
firianti» andavano occupando con le bancarelle i posti «strategici»
della festa. Appena calata la sera, le campagne sui colli intorno a
Gioiosa pullulavano di luminarie. A sera, in piazza Municipio, le
sinfonie delle migliori bande, impegnatissime nel gareggiare e nel
figurare proprio nel paese del più famoso corpo musicale dell’Isola.
Alla fine, banda in testa, ed al suono della «vecchia ‘nsipita», si
andava alla spiaggia per assistere «o iocu focu», giochi d’artificio.
Abbiamo voluto ricostruire, attraverso
testimonianze dirette di anziani, questa festa che, fino a qualche
decennio addietro, aveva mantenuto immutate le caratteristiche di
sempre.
Oggi questo concetto di festa si è
notevolnzente mutato da fatto corale e squisitamente «comunitario» a
fruizione turistica predisposta da alcuni e consumata da altri.
Manifestazioni sportive, teatrali,
musicali, sono distribuite ora durante tutto il periodo estivo per la
gioia non solo dei gioiosani ma anche delle decine di migliaia di
turisti presenti in quel periodo in tutto il territorio.
A questo punto l’estate finisce. «Austu e
riustu è capu d’invernu». Si ritorna al lavoro e si pensa all’autunno ed
all’incombente inverno. Si ha poco tempo per le feste. Si arriva a
Natale.
Il Natale
non offre delle note caratteristiche nel nostro Paese, se si vuole
prescindere dalle sveglie mattutine per la Santa Novena, dagli altari
ornati di arance, dai «pizzatuna» con le nocciole (oggi purtroppo
scomparsi e sostituiti, dal più «commerciale» panettone). Così si arriva
a Capodanno, all’Epifania e Febbraio segna con i suoi primi giorni la
fine di tutte le feste secondo questa antica filastrocca:
A li unu la Frivalora
a li dui la Cannalora
a li tri San Brasi ancora
a li quattru è Sant'Ajti
ziticeddi filati filati
ca li festi su passati.
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